Ossessioni e contaminazioni

Queste sone le mie ossessioni: musica, libri, videogiochi ed altre contaminazioni

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venerdì, 09 marzo 2007


Recensione di kids&revolution
(sul Manifesto del 28 febbraio 2007)


Louis Böde, l'autore di kids&revolution, appena pubblicato da Hacca (191 p., € 14), divisione di Halley editrice che si presenta come “tesa a raccogliere i segnali dell'antropologia del presente”, non è una persona ma un progetto fondato dallo scrittore Marco Mancassola (autore di Il mondo senza di me e Last love parade): una band creativa formata da uno scrittore, due musicisti (Sergio Bertin e Giacomo Garavelloni), due artisti visivi (Marco Rufo Perroni e Nicola Villa). In questo senso il libro non è che una dimensione del progetto completo (l'unica a pagamento) che prevede anche una colonna sonora e un video che si possono ascoltare/guardare/scaricare dal sito www.louisbode.com. Il libro è strutturato come una serie di racconti che il protagonista, ordinatore (in quanto bibliotecario) ma anche creatore di storie, narra al proprio carceriere, un uomo-donna dalla testa di ragno, per evitare che costui/costei lo immobilizzi e riduca la sua prigionia ad un monotono susseguirsi di giorni e notti accudito e pulito alla stregua di un lattante dopo averlo rapito, ridotto all'impotenza con una misteriosa iniezione e nascosto sotto al letto nel proprio appartamento. Le storie create dal prigioniero, che fanno fremere la mostruosa creatura e sperare che prima o poi gli torneranno forze sufficienti a ribellarsi, sono contemporaneamente malinconiche (malinconiche come le musiche composte per esse: una sorta di rock ambient) e crudeli, astratte nel loro fiancheggiare i confini tra il fantasy e l'horror ma assolutamente innervate nella realtà più oscura nell'oggi. Ad esempio il racconto sviluppato nel video disponibile è quello di un ragazzo normale, con una famiglia normale ed un cane normale, che un mattino, recandosi a scuola, viene rapito, i suoi organi espianti e il suo corpo, creduto morto, abbandonato in una discarica. Ma il ragazzo non è morto, si rialza e torna a casa, nudo, con grossolane cicatrici là dove i suoi organi sono stati tolti. Nessuno riesce più ad essere a proprio agio con lui e tutti lo evitano aggiungendo la solitudine al senso di vuoto al suo interno. I genitori gli comprano un nuovo cane che possa sostituire l'affetto del vecchio morto per il dolore della perdita. Ma il ragazzo, non avendo un cuore, lo maltratta e lo scaccia. Egli cresce così, isolato, fino a quando distingue in televisione il volto del chirurgo che lo ha derubato, che nel frattempo ha fatto fortuna politica. Da lui si fa dire chi ha illegittimamente beneficiato dei suoi organi per recuperarli tutti. Ma alla fine una volta tornato a casa li darà in pasto al cane con cui finalmente riuscirà a riappacificarsi.

Apparentemente terribile, la storia – come le atre presenti in kids&revolution: scuole trasformate in prigioni, zombi segregati in ghetti, ricchi che si rendono invisibili ai miserabili, ecc. - è narrata come una fiaba e, come in una fiaba, occorre guardare oltre la mostruosità dell'intreccio per riconoscere lo sguardo che indica gli angoli più nascosti e temibili della nostra società. Qui la tendenza a creare/crearci l'idea che in qualche modo le vittime siano le responsabili della propria condizione, mentre ad esempio nel racconto dove i ricchi sono invisibili, viene ribaltata l'ipervisibilità mediale dell'opulenza e di ricchi e potenti rimane visibile unicamente ciò che li qualifica tali (i beni), mentre il corpo, uguale a quello degli altri esseri umani, scompare per distinguersi definitivamente da essi.

Ancora più suggestive tali storie se viste attraverso il video (e occorre esprimere la speranza che altre vengano animate come quello del ragazzo che si riprese gli organi) o lette col sottofondo delle musiche appositamente composte, nell'attesa che l'ultima storia riesca a liberare il bibliotecario prigioniero dall'uomo-donna aguzzino mentre quest'ultimo sa che il prigioniero è il primo carceriere di se stesso.


Home Page della casa editrice Hacca
postato da: st2wok alle ore 07:55 | link | commenti
categorie: mancassola, luis bode


Recensione di Le mille luci di Shanghai

(dal Manifesto del 22 febbraio 2007)


Andy Oaks, inglese, al suo esordio narrativo, confeziona un denso romanzo (oltre 500 pagine) su un misterioso ed efferato omicidio plurimo a Shanghai. Il romanzo, intitolato Dragon's Eye e in italiano tradotto con Le mille luci di Shanghai (Fanucci, € 18,50), narra le peripezie dell'investigatore capo del dipartimento di sicurezza di Shanghai alle prese con il caso che si dimostra fin da subito un groviglio inestricabile di sangue e politica. Otto corpi trovati incatenati sulle rive fangose del fiume che attraversa Shanghai, lo Huangpu: gli occhi levati, i crani e denti fracassati, le dita delle mani tagliate, cuori, reni ed altri organi sottratti. L'identificazione sembra impossibile e fin dall'inizio c'è l'intromissione dei funzionari del partito che vorrebbero togliere alla polizia il caso. Ma l'investigatore Sun Piao, sconvolto dal massacro, rifiuta di passare la mano e riuscirà lentamente – perdendo colleghi, amici e parenti che vengono uccisi per dissuaderlo dall'impresa – a sbrogliare la matassa. Apparentemente si tratta di un omicidio legato al traffico della droga, tanto più che si scopre che tre degli otto cadaveri appartengono a cittadini americani, liberi a differenza di quelli cinesi di muoversi attraverso confini interni ed esterni. Ma lentamente emergono traffici ben più lucrosi e “politici”: di manufatti archeologici e addirittura di organi umani tolti ai condannati a morte e destinati ai trapianti per i ranghi più facoltosi della Repubblica e ad un lucrativo export.

Benché le descrizioni di panorami ed usanze cinesi fatte da Oakes, siano accurate, dispiace un po' il solito atteggiamento occidentale di diffidenza integrale del sistema di vita cinese, dalla pena di morte (e va bene) alle tradizioni religiose e familiari. Ma in un romanzo quello che conta non è l'accuratezza della descrizione del reale (che pure ha il suo peso), quanto l'oliato funzionamento del meccanismo del verosimile. E sta qui il problema maggiore del romanzo di Oakes: ovvero l'indecisione del suo autore se scrivere un noir o un thriller. Attenzione: indecisione, non contaminazione. Per buona parte del libro infatti il genere di riferimento è il noir e l'apparentemente inesorabile discesa di Sun Piao nei meccanismi della cospirazione culminata nell'omicidio plurimo coincide con il disvelamento degli stessi. La relazione dell'investigatore con Barbara Haynes, funzionaria del governo statunitense e madre di uno dei cadaveri, non fa che approfondire questo senso di ineluttabile rovina. Eppure, a più riprese, assistiamo ad improvvisi colpi di scena (non sempre eccessivamente coerenti), ad inseguimenti, sparatorie, a stravolgimenti degni più di un thriller, ed addirittura di una spy story, piuttosto che di un noir. Il libro sarebbe dovuto finire con Sun Piao morto su una chiatta ormeggiata sulla riva dello Huangpu dopo aver finalmente svelato l'intrigo ed essendo o meno riuscito ad uccidere il relativo deus ex-machina, e invece viene salvato grazie addirittura al suo antagonista, per poi essere inviato dagli stessi su cui aveva indagato ad ucciderlo con improbabili inseguimenti in stile 007 a Pechino.

Se qualche capriola di troppo nell'intreccio fosse stata evitata saremmo qui a parlare non di un'opera comunque avvincente per intreccio e per stile di narrazione, ma di un piccolo capolavoro nel proprio genere. Ma trattandosi di un'opera prima, è lecito attendersi miglioramenti da quelle che seguiranno.

postato da: st2wok alle ore 07:48 | link | commenti
categorie: oaks